lug 14 / Igor Damiani

La voce positiva delle cose non esiste

In realtà il titolo penso che contenga già una piccola menzogna, ma d’altronde su Twitter vi avevo promesso un post con questo titolo, per cui ogni promessa è debito.

Chiudete gli occhi e fate un attimo mente locale pensando al genere di prodotti che avete acquistato su Internet negli ultimi anni. Lo faccio anche io, e riassumo che ho acquistato:

  • beni materiali per il mio lavoro (tastiere, stampanti, modem e simili, hardware insomma)
  • beni materiali per la casa o il tempo libero (pneumatici per la bicicletta, lol, ma anche altre cose del genere casalinghi)
  • beni immateriali (biglietti per cinema, o per vari eventi sportivi, videogiochi, software, etc.)

Quante volte vi è capitato di dover andare sui forum perchè avete avuto qualche problema, soprattutto per quanto riguarda l’informatica? La stampante che non si installa, il modem che non si connette come dovrebbe, il videogioco che non si avvia o si schianta. Problemi di ogni tipo. Nel momento in cui andate sui forum, ecco che improvvisamente compaiono centinaia di migliaia di persone che hanno il vostro problema, o chissà quanti altri tipi diversi di problemi. Sembra che quel “prodotto”, di qualunque natura si tratti, non funzioni proprio di default e che quindi abbiate comprato una schifezza. Dite la verità: quante volte vi è successo? A me davvero tante, nel corso degli anni. Ok, i più furbi (ma direi che oggi è la normalità), probabilmente si informano prima, in modo tale da evitare esperienze negative di questo tipo.

C’è una cosa malsana in tutto questo. Su Internet, sui forum, sui newsgroup, si legge solamente delle cose negative. Perchè? Semplicemente perchè nessuno va sui forum a scrivere quant’è figo quel prodotto, come funzioni bene, come è stato semplice configurarlo, ma quel forum lo raggiunge solamente nel caso in cui qualcosa non vada. E’ una cosa malsana, e direi tranquillamente falsa. Parliamoci chiaro. Vi ricordate quando nella prima frase vi ho detto che il titolo contiene una menzogna. Eccola è proprio qui: non è del tutto vero. Se si va negli store di Amazon, oppure quelli per dispositivi mobile, oppure su Trip Advisor, potete vedere valutazioni o recensioni di ogni tipo, sia positive che negative. Ma francamente continuo a credere che “misurare la bontà di un prodotto o di un’idea ascoltando semplicemente ciò che dice la gente su Internet, contenga di per sè un modo sbagliato di procedere, perchè non rappresenta affatto, in quasi nessun caso, un campione rappresentativo”. In statistica la prima cosa che devi fare è raccogliere un campione corretto e rappresentativo, e questo non viene fatto MAI fatto sul Web. Credo che tutto ciò faccia parte della natura umana: supponete di essere in un ristorante e di mangiare da Dio spendendo poco. Chiamereste il cameriere facendo i complimenti per la cucina? O magari lo direste al momento di pagare? Probabilmente no. Invece siete più “stimolati” se ci sono ritardi nei piatti, oppure se trovate un capello nella pasta, oppure se trovate che il cibo sia piccante quando non avrebbe dovuto esserlo (vero mamma?). E’ come quando si andava a scuola: se si prende 3 in un compito in classe, scattava qualche punizione. Se si prende 9, “hai fatto solo il tuo dovere di studente”. Per farla breve: in certi casi dovete essere stimolati o ricompensati per dare la vostra opinione, in altri casi invece lo fate spontaneamente perchè vi sentire derubati, o presi in giro, o sentite di aver subìto un torto, per cui partite a mille con le proteste.

C’è un ultimo grave problema, in tutto questo. Che la voce di poche persone rischia (e di fatto per me lo è) di soverchiare la voce più silenziosa dei tanti. E quindi qualcuno potrebbe prendere provvedimenti per correggere la rotta ascoltando una voce sfalsata, che non dà affatto la giusta misura della situazione a cui deve porre rimedio. E lo stesso dicasi per noi acquirenti, chiaramente. Insomma, dobbiamo stare attenti: dobbiamo informarci con attenzione, ascoltando tutti, chiedendo un consiglio spassionato, e non solo basandoci su certe voci, di certi forum, di certe recensioni. Non fatevi traviare, ma abbiate tutti una vostra idea, una vostra opinione. Chiedete agli altri, ma ragionate sulle risposte che vi vengono date, calate ciò che vi viene detto in base alle vostre conoscenze, seppur scarse che siano. Siate propositivi, e non fatevi solo condurre stupidamente dai motori di ricerca. E qualunque cosa leggiate sul Web, sappiate che (imho) non saprete MAI cosa pensa davvero la gente, perchè la maggior parte non va ad esprimere la propria opinione. Ficcatevelo in testa.

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lug 8 / Igor Damiani

Kindle e Kindle Paperwhite

Giovedì pomeriggio ho acquistato il Kindle Paperwhite presso un punto vendita Mediaworld, sfruttando l’offerta volantino che lo metteva in vendita a 109 Euro, contro i 129 “ufficiali” del sito Amazon (50 euro in più rispetto al Kindle base). Ero già in possesso dal classico modello Kindle, ma il Paperwhite mi interessava per una serie di ragioni, alcune buone ed alcune invece che mi lasciavano scettico:

  • positivo: schermo retroilluminato
  • positivo: risoluzione più alta
  • positivo: più veloce e reattivo
  • negativo: schermo touch
  • negativo: il prezzo (il Kindle costa 59 euro, il Paperwhite costa 129: vale la differenza?). Come dicevo, alla fine io l’ho acquistato a 110 euro grazie a Mediaworld, sfruttando tra l’altro un buono sconto ed altre cosucce, per cui alla fin fine la spesa è stata anche inferiore

Rispetto al Kindle, il Paperwhite ha tutta una serie di vantaggi: innanzitutto lo schermo è retroilluminato. Nessuno ve lo dice (almeno, io non sono riuscito a trovare questa informazione in modo rapido), ma l’intensità della retroilluminazione è regolabile a piacimento, senza nemmeno troppi giri di click e menù. Se siete in spiaggia, spegnete la retroilluminazione, se siete al buio la accendete: per me che leggo (anche) la mattina presto, è una cosa molto interessante. E’ leggermente più pesante e spesso rispetto al Kindle base, ma nulla di che.

Seconda cosa: il colore di sfondo delle pagine è leggermente più bianco, e la risoluzione è più alta. Lo schermo sembra più vera carta, e la risoluzione più alta, per cui i caratteri sono più nitidi e leggibili.

La terza cosa, la più importante, e che mi lasciava scettico, è l’unione tra software e touch.
Faccio una premessa.

Il Kindle base dispone di una serie di bottoni hardware che ne consentono l’utilizzo:

  • sul lato sinistro e destro avete i bottoni per spostarvi di pagina in avanti (più grande) ed indietro (più piccolo)
  • sulla parte inferiore avete una specie di joypad: i tasti su/giù/sinistra/destra ed un pulsante OK al centro

Con questi pulsanti fate un po’ di tutto: leggete (ovviamente!), navigate nei menù e settate le impostazioni. Tutto passa attraverso questi pulsanti, quindi ogni minima operazione richiede un certo numero di click e navigazioni. Non che vi capiti spesso, almeno per l’uso che ne facevo io, però se vi capita è piuttosto macchinoso e rallentato.

Con il Kindle Paperwhite le cose sono ben diverse. Innanzitutto non ha alcun bottone hardware, se non quello per l’accensione. Tutte le operazioni passano attraverso lo schermo touch, che tra l’altro risponde quasi come il display touch capacitivo del vostro smartphone (lo schermo reagisce con qualche ms di ritardo, a dir la verità, ma l’input viene gestito correttamente). Quindi banali operazioni come l’inserimento della password del Wifi (ok, lo fate una volta sola), regolare l’intensità dello schermo, inserire un segnalibro o scrivere delle note sono molto molto più intuitive e veloci rispetto al Kindle normale. Vi faccio qualche esempio per chiarire le idee:

  • se volete andare alla pagina precedente, toccate il bordo sinistro della pagina; se volete aprire il menù, toccate il bordo superiore della pagina; se volete andare alla pagina successiva, toccate qualsiasi altra zona della pagina ( che di conseguenza è il 90% dello schermo 6” del dispositivo)
  • se volete cercare una parola nel vocabolario, con il Kindle dovete navigare con i tasti cursore per posizionare il cursore appena prima della parola interessata, ed aspettare la traduzione. Con il Paperwhite è sufficiente toccarla per 2 secondi ed il gioco è fatto
  • se volete inserire un segnalibro, con il Kindle dovete aprire il menù e navigare nella funzione per aggiungere/rimuovere un segnalibro. Con il Paperwhite basta toccare l’angolo superiore destro e confermare
  • se volete spostarvi da un capitolo all’altro, o comunque navigare velocemente all’interno dell’intero testo, con il Kindle base è di fatto un piccolo incubo indocumentabile, con il Paperwhite basta trascinare dal basso verso l’altro, appare una scrollbar orizzontale con un bel cursore da trascinare avanti ed indietro, tra l’altro godendo di una bella preview della pagina che avete raggiunto. Se vi va bene, toccate all’interno della preview, se no toccate fuori e rimanete dove siete. Questo è un punto fondamentale, secondo me, perchè a me capita spesso di studiare testi tecnici, che magari contengono parti che volete leggere più volte per farvele entrare bene in testa: questa funzionalità (di fatto mancante nel Kindle) è essenziale

Non vorrei dire una sciocchezza, ma quando ho acquistato il Kindle, non avevo incluso i due vocabolari italiano ed inglese che invece mi sono ritrovato sul Paperwhite. Entrambi vi danno il significato delle parole. Mi sarei aspettato che quello inglese mi traducesse da inglese ad italiano, ma non è così. Poco male. Tra l’altro, una cosa simpatica che fa il Paperwhite è aggiornare costantemente un documento chiamato “Arrichisci il tuo vocabolario”, aggiungendo tutte le parole che cercate man mano nei vocabolari. Non solo: vi permette di navigare su Wikipedia per avere più informazioni su quella parola. Immaginate di leggere un libro e ad un certo punto compare la scritta “Grande Guerra”: la cercate su Wikipedia…et voilà!!

Il software del Paperwhite contiene numerose altre funzionalità rispetto al Kindle base: vi stima quanto tempo manca alla fine del capitolo, o alla fine dell’intero libro. Tutto questo in base alla vostra velocità di lettura, chiaramente. Ha una sorta di cronologia degli spostamenti che fate all’interno del testo, per cui se balzate da un capitolo all’altro, potete ritornare sui vostri passi (una sorta di Back del vostro browser, per intenderci). Tutte le funzionalità sono davvero a portata di touch: grazie al menù apribile dal bordo superiore potete regolare tipo e dimensione del carattere, l’intensità della retroilluminazione, inserire delle note (feature praticamente non usabile nel Kindle base), navigare con i segnalibri, etc. etc. Il Paperwhite è anche un filo più reattivo e veloce.

Insomma, secondo me il Paperwhite è decisamente avanti rispetto al Kindle base. Lo schermo touch non è solo un “di più”, una mera feature tecnologica, ma è una cosa che ha permesso ad Amazon di aggiungere funzionalità davvero comode ed utili all’utente finale. Valgono i 70 euro in più rispetto al Kindle base? Sarò sincero: probabilmente no. E 50 euro? No, probabilmente no. Ma se siete appassionati di lettura, se potete permettervelo, se avete diritto a qualche sconto come è capitato a me, allora prendete il Paperwhite e sarete lettori più felici.

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giu 26 / Igor Damiani

Icona di OneDrive freezata? Soluzione!

Se anche voi siete nella mia stessa situazione, ovvero avete l’icona di OneDrive bloccata su un triste messaggio “OneDrive is starting up”, oppure un “OneDrive is getting your list of files”, come mostrato di seguito…allora dovete sbloccare la situazione.

Notare che la sincronizzazione funziona alla perfezione, e comunque se cliccate sull’icona con il pulsante sinistro del mouse lo stato di OneDrive sembra essere ok, perchè vi dà un rassicurante messaggio “Your OneDrive is up to date”.

allora dovete risolvere in qualche modo. A me l’icona freezata di OneDrive non piace proprio.

Un tweet del mio amico Vito di questa mattina mi ha dato la soluzione. E’ sufficiente raggiungere questa pagina, scaricare l’utility ed eseguirla. Il tool controlla, resetta, manda opzionalmente un log a Microsoft e poi infine vi sblocca la situazione. Ci ha messo un po’, nel mio caso, ma dopo qualche minuto l’icona di OneDrive segnala lo stato corretto.

Evviva.

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giu 25 / Igor Damiani

Ogni obiettivo deve essere sempre ben preparato con cura

Qualche anno fa vi parlai di “Dalla Terra alla Luna”, una serie TV prodotta da HBO e da Tom Hanks che parla degli anni della corsa alla Luna. Ve ne ho parlato, dicevo, qua sul mio blog nell’ormai lontano 2008, e precisamente nei giorni che vanno dal 23 al 28 Febbraio. I DVD sono 5, e contengono tutta una serie di episodi che raccontano tutte le vicende della Nasa, degli astronauti, dei familiari, di tutti gli scienziati che hanno lavorato dietro le quinte, e via dicendo.

Il primo episodio in assoluto si intitola “Possiamo farcela?”, ed è uno di quelli che preferisco. Questo episodio mi viene in mente un sacco di volte, non so nemmeno io esattamente il perchè. Lo scenario è il seguente. L’Unione Sovietica è in vantaggio sugli USA, ha appena mandato Gagarin nello spazio e sembra essere lanciata senza alcuna ombra di dubbio verso la conquista del nostro satellite. Kennedy promuove la corsa allo spazio e promette che entro un decennio un uomo camminerà sulla superficie lunare. Viene avviato il programma Mercury, poi il programma Gemini, che mirano prima a raggiungere, poi a superare, l’URSS. Un obiettivo ambizioso, quasi impossibile, al punto che i vari capoccioni della NASA si chiedono se davvero sia possibile. Se possono farcela, appunto. Sappiamo tutti come è andata la storia, ovviamente, a meno che non siate fra quelli che credono che l’uomo non sia mai andato davvero sulla Luna. C’è un punto particolare dell’episodio rappresentativo del fatto che qualsiasi cosa può essere raggiunta, se preparata a dovere, nonostante all’inizio possa sembrare complicata, assurda, costosa e fuori portata. E’ un meeting interno della NASA (lo trovate alla fine dell’episodio sul 1°DVD, alla posizione 54min 22sec), che illustra il piano delle missioni, missioni che ovviamente devono essere analizzate, studiate, preparate e portate a termine, dalla più semplice alla più difficile, per raggiungere infine l’obiettivo finale.

Vi riporto le testuali parole tratte dall’episodio, che mi sono trascritto in Evernote il 6 gennaio 2014 (l’Epifania!), proprio pensando al giorno in cui avrei scritto questo post. Chi parla è un responsabile, che illustra ad un gruppo di astronauti (The New Nine) come dovrà procedere il loro lavoro nel corso dei mesi e degli anni successivi.

“Owen Maynard e la Divisione Operazioni Missione hanno preparato un piano per la serie di voli Apollo che ci porteranno a sbarcare sulla Luna.
Ogni missione avrà una lettera.
Le missioni A e B saranno test senza equipaggio.
La missione C sarà il primo volo con equipaggio umano dei moduli di comando e di servizio.
La missione D sarà il primo volo combinato dei moduli di comando lunare in un’orbita terrestre bassa per collaudarli.
La missione E farà lo stesso in un’orbita terrestre alta per le procedure di rientro.
La missione F arriverà fino all’orbita lunare con il LEM, ma senza sbarcare.
Lo sbarco sarà l’obiettivo di chi sarà assegnato alla prima missione G.

Ora: ognuna di queste missioni deve essere completata con successo prima che si possa passare alla missione seguente.
Se abbiamo problemi con il radar per rendez-vouz, o con gli zaini di sopravvivenza, o con il modulo di ritorno, passeremo alla missione D1, o D2, o persino D3, prima di tentare la missione E.”

Questo stralcio è la dimostrazione che un obiettivo difficile, apparentemente irraggiungibile, può essere raggiunto. Bisogna predisporre tanti piccoli passi più semplici. Ma c’è bisogno di tempo e risorse e preparazione. Non è una cosa che si può fare in pochi giorni, ma ci vuole sempre del tempo per studiare un piano che lentamente ci porti dove vogliamo arrivare. Ed hai soprattutto bisogno di una squadra con le giuste competenze.

Se viene proposto un obiettivo ad un team impreparato, tale obiettivo sembrerà impossibile, ed alla fine lo sarà davvero. Sono dell’idea che se proponi ad un team un compito decisamente fuori portata, esso reagirà solo con lo sconforto (o almeno, così reagisco io).


(“parlo sul serio adesso: qualcuno vuole il mio posto?”)

Non c’è nulla di male a dire “facciamo X compiti entro la data xyz”, ma se quei compiti non sono mai stati affrontati da quelle persone, la questione si fa davvero ardua. Ogni cosa, come ci insegna la NASA, deve essere affrontata a piccoli passi. Che poi, non è nulla di nuovo, ma è la solita buona vecchia analisi in stile top-down. Non puoi chiedermi di giocare contro il Barcellona se l’ultima volta che ho toccato un pallone da calcio avevo 12 anni. Non puoi chiedermi di portare a termine qualcosa, quando i miei impegni attuali me non lo consentono. Personalmente non lo trovo molto stimolante, anzi: siccome il mio lavoro lo conosco e lo so fare, riesco fin da subito a capire se ce la farò oppure no. Una volta lessi un articolo su un giornale di medicina sportiva, secondo il quale devi puntare ad un obiettivo ovviamente al di là delle tue capacità attuali per poterti migliorare. Ma senza sbroccare troppo. Devi, diciamo, puntare al 100% + X% delle tue potenzialità di oggi, per andare sempre oltre, per migliorare te stesso, la tua efficienza ed il tuo lavoro. Ma non devi mai andare al di là di un certo valore X, altrimenti si accumula stress e tensione nervosa.

Nessuno di noi è nato con un righello per misurare il grado di difficoltà di un particolare compito, e forse questa è la parte più difficile del nostro lavoro (è per questo che evito sempre di stimare tempi, per esempio – il più delle volte la differenza tra finire un lavoro in una settimana o in due mesi dipende da una domanda la cui risposta è booleana, ma nessuno la conosce). Ma se c’è una cosa che non mi piace, è “sparare alto” per ottenere la metà (o il giusto?), un po’ come accade quando devi chiedere il rimborso all’assicurazione dopo un furto. Io parlo per me, almeno. Se mi chiedi una cosa che io percepisco come assurda, mi chiudo a riccio ed oppongo resistenza. Se mi chiedi una cosa che ritengo giusta, stai pur tranquillo che te la porto a termine.

E ricordate: per poter andare sulla Luna, è necessario prima imparare ad andare in orbita.

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giu 24 / Igor Damiani

OneDrive e lo spazio sul cloud

Sono sempre molti i prodotti per avere dello spazio sul cloud, da riempire con tutti i nostri files, di ogni tipo. In passato ho utilizzato DropBox, mentre negli ultimi mesi (anni?) sono definitivamente migrato a OneDrive, dal momento che è un prodotto Microsoft che trovo perfettamente integrato in tutti i miei device, dagli smartphone, al PC desktop fino all’ultrabook (ho un Lumia 1520, un Dell XPS 12, un tablet Asus con Windows RT, un PC desktop). Automaticamente, senza troppi sbattimenti o configurazioni, su OneDrive ci finiscono i miei files, le mie foto, i miei documenti. Tra l’altro è una soluzione imbattibile quando si lavora con più di un PC come nel mio caso, per ovvie ragioni.

Grazie agli acquisti od alle offerte a cui sono riuscito a partecipare nel corso del tempo, oggi su OneDrive ho a disposizione ben 328GB di spazio.

 

Sarebbe molto molto bello riuscire a sfruttarlo decentemente. Non ho una gran quantità di documenti. La maggior parte probabilmente sono i sorgenti dei miei software, e quelli stanno comodamente su Visual Studio Online. Ma si potrebbero mettere su backup, musica, video, e chi ne ha più ne metta.

Ma c’è una cosa con cui scontrarsi, soprattutto in Italia, soprattutto nella mia zona, ovvero la velocità di upload. La velocità di upload garantita dalla mia ADSL Telecom è 1Mbit, effettivi leggermente meno. Ecco un test eseguito qualche minuto fa.

A queste velocità è impensabile per esempio uploadare i backup di True Image, che occupano decine di Gigabyte sui nostri hard-disk. Dico questo perchè True Image 2013 nativamente può effettuare il backup non solo in locale, ma anche sul proprio cloud privato. Tutto questo invece non rappresenta un problema nel caso in cui lavoriate con tanti files piccoli, dal momento che l’upload di ciascuno di essi porta via meno tempo, e quindi eventualmente l’operazione di upload e sincronizzazione può essere spezzettata in più di una sessione di lavoro.

Oltre a tutte queste considerazione, c’è da dire che il costo di questi servizi diminuisce sempre più. Spesso e volentieri sono gratuiti, addirittura. Se oggi vi create un Microsoft Account, partite immediatamente con 15GB di spazio disponibile (notizia di ieri). Se acquistate qualsiasi versione di Office 365 (la versione Personal costa 7$/mese), lo spazio aumenta a 1 Terabyte. L’acquisto di spazio aggiuntivo è stato diminuito del 70% (esempio: 100GB costano 37 euro/anno).

Tutto storage che potete utilizzare anche con device diversi da Microsoft (notebook ed ultrabook di ogni tipo e marca, smartphone Android e device iOS, tablet di ogni forma e tipo). Da questo punto di vista, Microsoft ha vedute molte aperte, dal momento che ha pubblicato sugli store tutte le app per lavorare anche in ambienti diversi dal proprio.

Il vero collo di bottiglia, come dicevo prima, sono le nostre connessioni Internet. Ma quelle chissà, pian piano con il passare del tempo possono sempre migliorare.

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giu 23 / Igor Damiani

Ritornare a scrivere perchè

Il mio blog giace in uno stato morente, sebbene molte volte mi sia ripromesso di ritornare a scrivere come un tempo. I motivi sono tanti: ci sono i social network, che sono più immediati e pronti all’uso; il fatto di lavorare costantemente in home-working per assurdo mi tiene più concentrato sul lavoro, e quindi faccio più fatica a ritagliarmi del tempo libero per scrivere (dico “per assurdo” perchè quando parlo con gli altri di home-working una delle cose che mi viene detta più frequentemente è una cosa tipo “No no, io a casa non ce la farei mai perchè sarei troppo distratto” – per me è l’esatto contrario); per certi versi, non riesco neppure a mantenermi al passo con i tempi, per cui ho meno contenuti tecnici di cui parlare e bloggare. Seguo ovviamente ancora oggi tutto il mondo delle tecnologie Microsoft: Windows Phone, Windows 8.1, il nuovo Surface Pro 3, le Universal App di recente introduzione, il mondo cloud di Azure, ma diciamo che sono mesi in cui la mia testa è altrove, è un periodo di calo (sarà l’estate, la voglia di vacanze, sarà Lecce), e quindi tante cose mi passano davanti senza poterle approfondire sul serio.

Eppure, sono pienamente convinto che il blog è il mezzo che mi permette di esprimermi meglio. Non ho limiti di caratteri, non ho nulla di preimpostato, e posso spaziare decidendo di volta in volta di cosa parlare, e di come farlo, e di quanto tempo metterci, e di quanto spazio dedicarci. Tutti gli altri social (Twitter e Facebook in primis) mi incasellano troppo, mi limitano, vogliono racchiudere il messaggio che ho in testa in una forma standardizzata, più semplice e molto approfondita. Spesso vengono equivocato su Twitter, perchè 140 caratteri non bastano mai. Ho smesso di seguire persone perchè con loro vorrei consumare 1.400.000 caratteri, non 10.000 inutili messaggi da 140 caratteri l’uno. Ho sempre amato i testi lunghi, e non vedo il motivo per cui io stesso debba cadere nella trappola dell’essere a tutti i costi conciso perchè qualcun’altro me lo impone.

Dover comprimere il mio pensiero a botte di 140 caratteri mi costringe ad un processo di sintesi pazzesco, assurdo, inaudito, processo nel quale non sempre voglio infilarmi. Mi costringe a semplificare, ridurre, omettere, trascurare, fare di tutte le erbe un fascio, ed alla fine dei conti probabilmente finisco col dire cose che nemmeno penso davvero fino in fondo al 100%. Oltre a tutto questo, è più il rancore che ti rimane dentro, soprattutto quando cerchi di parlare con persone ed amici che sai essere in qualche modo spinosi, e che magari non la pensano come te su alcuni temi. Un messaggio breve ti costringe ad essere spiritoso, o sarcastico, o pungente, o polemico, e di conseguenza a snaturare il tuo vero messaggio. Un messaggio breve ti etichetta, e ne ho piene le scatole: è come se ciascuno di noi se ne andasse in giro con dei cartoncini appesi alla schiena con riportate le nostre caratteristiche principali, che sono quelle che traspaiono quando twittiamo qualcosa. Così io sarei quello che parla di questo & quell’altro, quello che odia la marca X ma non la Y, e così via. E quasi non abbiamo nemmeno più voglia di parlarci, convinti che tanto sappiamo già tutto l’uno dell’altro. E ci siamo ridotti all’assurdo: che spesso parte un tweet con un link che punta al testo completo del nostro pensiero (che sia un post su un altro social, oppure un articolo su un blog, oppure su un sito di notizie, o una immagine, e così via). Che tra l’altro è ciò che accadrà quando pubblicherò questo post. I social hanno tanti meriti, indubbiamente, ma a lungo andare stanno semplificando le nostre giornate trasformandole in tanti piccoli slogan; stanno sminunendo la nostra intelligenza e le nostre idee, e di conseguenza noi. A volte può servire (mangiare al McDonald non fa proprio benissimo alla salute, ma ogni tanto può starci, per carità), ma il più delle volte credo proprio che salvare la propria espressività evitando la junk communication (figo eh??) sia necessario.

Scrivere su un blog non ti dà assolutamente la certezza di essere chiaro, limpido e rispettoso nei confronti di ciò che hai in testa e che stai cercando di comunicare agli altri, ma almeno mi sento più libero e senza limiti tecnologici imposti dalla piattaforma che sto cercando di utilizzare. Almeno così non potrò colpevolizzare nessuno se non riesco a spiegarmi, se comunque sia entrerò in polemica con qualcuno, ma solo me stesso. Sul mio blog posso usare tutte le parole che voglio, fare esempi e paragoni, dare un contesto, essere più espressivo, e chi ne ha più ne metta.

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mar 27 / Igor Damiani

Steam e le lingue parlate, è il momento del mea culpa

Il due gennaio scorso ho scritto questo post dove raccontavo un po’ di cose che la piattaforma Steam avrebbe dovuto migliorare, secondo il mio punto di vista, per avere uno store più efficiente. Una di queste cose riguardava l’indicazione delle lingue supportate da ciascun gioco, e raccontavo di come fossi rimasto fregato dall’ultimo Tomb Raider.

Beh, è il momento di fare un grosso mea culpa. Aprofittando di un’offerta, ho acquistato Bioshock Infinite, indicato – ancora una volta – come pienamente compatibile con la lingua italiana. Acquisto, scarico, lancio il gioco. Completamente in inglese. Prima di farmi prendere dall’ira e dalla rabbia, ho cercato sul web ed ho scoperto una cosa meravigliosa, cosa di cui ero completamente all’oscuro.

In breve, all’interno di Steam è possibile impostare la lingua con cui si vuole giocare; io di solito cercavo una cosa del genere all’interno dell’interfaccia del gioco, e non in altri posti, escludendo poi quei casi in cui il gioco parte direttamente in italiano. Dove? Come? Semplice!!!

  1. Andate nella vostra Library di giochi
  2. Cliccate con il pulsante destro del mouse sul gioco e poi andate su Properties
  3. Andate sotto la scheda Language
  4. Scegliete la lingua che preferite e confermate cliccando su Close

Fine!!! Steam scaricherà un aggiornamento del gioco (più o meno corposo, chiaramente), e poi avrete il gioco nella lingua che più desiderate. Fantastico!!!

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mar 2 / Igor Damiani

Anche i byte hanno un’anima, su Amazon

Lo scorso weekend ho pubblicato un ebook intitolato “Anche i byte hanno un’anima”. E’ un racconto di fantascienza, scritto nel tempo libero, in circa un paio di mesi. Non sono chiaramente uno scrittore professionista, come ben sapete, ma mi diletto nella scrittura un po’ ovunque: qui sul blog, sui forum, ovunque ce ne sia bisogno. Scrivere questo tipo di racconti mi rilassa. Raccontare storie – con l’unico limite della mie capacità – mi diverte voi non sapete quanto.

E’ un ebook a pagamento, disponibile sui vari store di Amazon, sebbene il testo ovviamente sia in italiano. Riporto qui sotto la descrizione.

vShangai è una metropoli virtuale di milioni di abitanti, che in passato è sempre stata baciata dal sole, la cui popolazione viveva serena e tranquilla, senza disagi, attraversando i secoli seguendo i più avanzati algoritmi di illusione di libero arbitrio. Ma da qualche tempo qualcosa è cambiato. Qualcosa di malsano si è insinuato nel sistema hardware & software in cui vShangai è stata allocata, e da allora nulla è stato come prima. La pioggia digitale che imperversa sulla città da qualche settimana non accenna a diminuire, anzi, è sempre più forte ed insidiosa. I cittadini sono irascibili e nervosi. E’ come se ogni attività fosse dominata da una coltre di malvagità che colpisce tutti, esseri senzienti e non, byte e strutture di memoria più avanzate, dai software di sistema più basilari alle applicazioni più complesse. Qualcosa, o qualcuno, sta minacciando la città. E’ un nemico potente ed implacabile, che rimane nell’ombra, che si camuffa, che muta continuamente per far perdere le proprie tracce. Il suo obiettivo è quello di conquistare il vostro sistema, che si tratti di un notebook, di uno smartphone o di un tablet. Ed il raggiungimento di tale obiettivo è molto vicino.
Ma c’è un’entità, forse con permessi più alti rispetto alle altre, che decide di opporsi a questo stato di cose. Il suo compito non è affatto semplice, ed avrà bisogno dell’aiuto di un amico, per riuscire nel suo intento. Il destino dell’hardware e del software, del loro universo, è nelle sue mani. Ci riuscirà?

"Anche i byte hanno un’anima" è il secondo ebook pubblicato da Damiani Liborio Igor su Amazon. E’ un racconto breve di fantascienza, che prende libera ispirazione da film come Inception e Matrix. Nei suoi racconti, Igor parla di byte dotati di una loro vita propria ed hanno una visione del mondo (del loro e del nostro) del tutto unica e particolare. Vivendo all’interno di tutti i nostri device digitali – esattamente come noi viviamo sul nostro pianeta – essi provano emozioni, come ogni creatura intelligente. Possono essere felici o tristi. Ed hanno uno spiccato senso del dovere, nei confronti del sistema operativo ospitante.

Nel caso decidiate di acquistarlo, buona lettura!!!

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mar 2 / Igor Damiani

Community Days ed i “due che contano di meno”

Dal 25 al 27 Febbraio si sono svolti i Community Days, un evento che ai non addetti ai lavori descrivo sempre come “il Sanremo di noi informatici”. La qualità delle sessioni di quest’anno è stata davvero impressionante, e come ho già detto di persona a chi di dovere, supera di gran lunga qualsiasi altro evento (anche a pagamento) a cui abbia mai partecipato. Di cosa si è parlato? Di tutto. Di web, di Windows Phone, di Windows 8, di Bluetooth, di SQL Server, di C++, di videogiochi, di XAML, di hardware, di sprite, di ogni cosa inerente il nostro mondo di developer. Davvero tutto molto molto interessante ed avvicente. Grazie agli speaker, chiaramente, che studiano e si preparano alla loro sessione con passione e tanta tanta, infinita, competenza.

Per me quest’anno i Community Days hanno avuto un sapore più esaltato del solito. Per la prima volta, infatti, oltre a me e mio fratello fra i partecipanti c’era anche la nostra sorellina Sabrina, che fin da piccolina voleva visitare la sede di Microsoft Italia. Quando era più piccolina, e sentiva che andavo in Microsoft per questo o quell’altro evento, mi diceva sempre: “Igor, portami con te!”. Ed io, triste, le dicevo: “Non posso, Sabri, ma magari un giorno ci sarai anche tu!”. Ed aggiungevo: appena finirai le superiori, ti farò iscrivere ad UGIdotNET, poi al primo evento che organizzeranno, ci sarai anche tu. E così è stato. Oggi Sabrina lavora con me in Brain-Sys, per cui sia io che lei dobbiamo anche ringraziare l’azienda per averci permesso di essere presenti in tutte e tre le giornate.

Sono state tre giornate meravigliose. Ho conosciuto un sacco di persone, mi hanno riconosciuto un sacco di persone. Ho parlato, riso, arrabbiato. Ho guidato per tre giorni di fila, cosa che non mi capitava da un po’. Ho partecipato ad un lab (piuttosto infruttuoso, ma non per colpa loro) su Windows 8 e Windows Phone. Durante la terza giornata ho seguito sessioni fuori dai soliti schemi, e mi sono piaciute pure quelle (sul social marketing e sullo store optimization delle app, per esempio).

Chiaramente, ho presentato Sabrina bene o male a tutti quelli che conosco. Gli organizzatori dell’evento, i vari speaker, gli amici della community, i vari pezzi grossi (come li chiamo io) senza i quali non sarei il professionista che sono (e se lo sono, soprattutto).

L’ultima sera, in auto, eravamo io, mio fratello e Sabrina, e tiravamo le somme di questa esperienza. Eravamo tutti parecchi stanchi e frastornati (noi, che praticamente non abbiamo fatto nulla – non oso immaginare chi ha lavorato intorno ai Community Days). Parlando con lei, ci siamo accorti di una cosa: di fatto, Sabrina è entrata in questo mondo developer grazie ai “due che contano di meno”, cioè me e mio fratello. Contiamo di meno perchè non siamo speaker, non siamo nessuno “dietro le quinte”, non organizziamo eventi, non scriviamo libri. Eppure, ci siamo sempre. E non sapete quanto mi fa piacere venire etichettato (nel senso buono), come un vero amico della community. Resistiamo al tempo, ai cambiamenti di tecnologie, cavalchiamo il trend se possibile. Tutto questo – e qui parlo per me – ovviamente perchè amo questo mondo e questo lavoro, perchè “faccio quello che mi riesce meglio fare” (citazione Tony Stark), perciò di una cosa potete stare tranquilli.

Anche se sono uno di quelli che conta di meno, non vi libererete mai di me.
Mai.

Smile

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gen 13 / Igor Damiani

Cosa dovrebbero sempre avere le vostre app per Windows Phone

Nel momento in cui vi scrivo, VivendoByte ha pubblicato quasi un centinaio di app per Windows Phone, e purtroppo molte meno per Windows 8.1. Diciamo che mi sento piuttosto preparato sull’argomento, per cui ho deciso di scrivere questo post, che spero possa essere utile a tutti quelli che sviluppano app – teoricamente non solo per Windows Phone, contenente tutta una serie di piccoli accorgimenti che renderanno la vostra app più gradevole. Il tema predominante è di questo vademecum è il tema “mantenere il contatto con i vostri utenti”. In cosa consiste? Partiamo subito!

Se avete un account Twitter dedicato, usatelo!
Per esempio, do un po’ di tempo ho aperto l’account @VivendoByte, che utilizzo soprattutto per comunicare l’uscita di nuove app, oppure aggiornamenti per quelle già disponibili sullo store, oppure altre informazioni riguardanti il mondo VivendoByte. Come sfruttare questa cosa dalla vostra app? Beh, sappiamo che per ottenere la certificazione siamo già obbligati adesso ad implementare una pagina di About, con i nostri vari recapiti digitali (e-mail per il supporto tecnico, nome dell’applicazione, versione, etc.). Nulla vieta di inserire da qualche parte una voce “Seguici su Twitter” (“Follow us on Twitter”, in inglese), che apre Internet Explorer. In questo modo l’utente sa che esistete anche sul social network dei cinguettii, e può followarli in modo estremamente rapido. Questa funzionalità può essere inserita ovunque: nell’application bar dell’app, oppure in qualsiasi altro luogo.

Invogliate l’utente a dare un feedback alla vostra app
Statisticamente sappiamo che gli utenti Windows Phone sono i più restii ad andare sullo store per lasciare un qualche commento alla vostra app. Come realizzare tutto ciò? Vi do qualche consiglio:

  1. sappiamo che c’è un launcher che permette di raggiungere la pagina della nostra app: questo launcher deve essere proposto ogni tanto all’utente
  2. cosa intendo con “ogni tanto”? Dipende. Può essere “ogni 5 volte che l’utente avvia l’app”, che è la tecnica che mi piace di più. Può dipendere da quanto tempo utilizza l’app stessa.

Qui purtroppo c’è una cosa che ad oggi non è fattibile. Mi piacerebbe avere del codice C# che mi permette di capire se l’utente ha già lasciato un feedback alla mia app. Se no, lo devo quasi amichevolmente costringere; se sì, posso fare in modo di rinviare la proposta di rating, ad esempio che appaia solo dopo che sono trascorsi 3 mesi.

Se l’app è un gioco (ma non solo), posso decidere di sbloccare determinate caratteristiche (livelli, funzionalità avanzate, etc.) solo se l’utente decide di dare un feedback.

Mail di supporto tecnico
Come dicevo prima, per la certificazione è necessario inserire da qualche parte la vostra mail di contatto. Se per caso stiate sottovalutando questa cosa, non fatelo. Dalle mie quasi 100 app ho ricevuto diverse mail, di ogni tipo, dall’Italia e dall’Estero. Erano mail di chiarimento, di segnalazione bug, di suggerimento, di nuove proposte. Ne ricordo due in particolare: una tizia americana (il cui indirizzo e-mail era associato ad Intel Inc.) che mi faceva i complimenti per la mia app “Gps Coordinate Converter”; l’altra invece era di un italiano, che mi ha segnalato un errore di conteggio nella mia app “Deputati Italiani” per Windows Phone. Quindi, fatelo: inserite una mail di supporto tecnico, e fateci affidamento, perchè non si può mai sapere cosa potrebbero dirvi. Oltre a questo, molto meglio ricevere una mail piuttosto che un feedback sullo store con una sola misera stellina, giusto?

Un bel tutorial
Mi è capitato, a volte, di scaricare e di provare ad usare app semplici, ma che all’inizio mi facevano sentire spaesato, soprattutto se magari trattano di argomenti che non siete abituati a padroneggiare. Altre volte, invece, app complesse con cui mi sono trovato a mio agio.

Io vi do un piccolo consiglio. Indipendentemente dal fatto che stiate sviluppando un’app banale o complessa, inserite un tutorial, o comunque una Page che spieghi semplicemente come usare l’app. Io qui dentro spiego un po’ di tutto:

  • cosa fa l’app, in due parole
  • come “navigare” all’interno dell’app
  • eventuali limitazioni della versione trial, e le potenzialità di quella a pagamento
  • aprofittatene, ancora una volta, per sollecitare il contributo dell’utente: lasciare una review sul marketplace, di scrivere una mail in caso di problemi, invogliarlo in questo senso promettendogli di rilasciare nuovi e tanti aggiornamenti dell’app nel caso in cui l’app avrà un certo numero di download

App a pagamento? Invogliatelo all’acquisto, ma occhio a come lo fate!
Se la vostra app è a pagamento, ed avete sviluppato la versione trial, monitorate il numero di avvii che l’app fa. Ogni cinque avvii potreste proporre all’utente l’acquisto, mandandolo direttamente sulla pagina della vostra app pubblicata sul marketplace. Evitate, ma questo è un parere del tutto personale, di fare antipatici in-app purchase all’interno di app freeware: penso che sia una presa in giro. Vi faccio un esempio: non ricordo esattamente quale fosse l’app, so per certo che registrava video da pubblicare su Vine. L’app era gratuita, per cui ero bello soddisfatto e contento. L’ho usata a Parigi alcune volte. Poi una sera, di fronte a non so cosa, la lancio, registro il video e TAC: per pubblicare il video avrei dovuto “sbloccarla” pagando 2,49 euro. Non l’ho acquistata per principio, perchè mi sono sentito preso in giro. Se l’app fosse stata a pagamento, l’avrei magari acquistata senza problemi. Il fatto che fosse freeware, e senza alcun preavviso mi avesse chiesto dei soldi me l’ha resa automaticamente antipatica.
Perciò pensateci bene!

Fine
Tutto qua, spero di avervi dato qualche dritta interessante.

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